444. Crac Deiulemar, all’asta i beni degli armatori di Torre del Greco

Fonte: MetropolisWeb

14 agosto 2014 

deiulemar_nave_webTORRE DEL GRECO – Dall’hotel “Poseidon” di via Battisti, allo “Sporting Club” di via Benedetto Cozzolino, passando per le quote di Palazzo D’Avolas a Napoli e la sede “storica” di via Tironi. Vale oltre 50 milioni di euro- secondo le stime di Curatela e Comitato dei Creditori- la prima tranche del tesoro immobiliare della Deiulemar Compagnia di Navigazione che in autunno verrà battuto all’asta. A oltre 2 anni dal fallimento del colosso della navigazione ed a pochi mesi dalla sentenza penale che inchioda i vertici dell’impresa con base e interessi a Torre del Greco, l’impero dell’ex “banca privata” della città del corallo inizia a sgretolarsi. Entro ottobre, come confermato dai vertici del Comitato che da anni combatte per dare respiro alle 13mila famiglie travolte dal crac da 800milioni di euro che ha messo in ginocchio le economie della città, la Curatela Fallimentare dovrebbe dare il via alla vendita dei beni immobili defintivamente acquisiti dopo il fallimento della Compagnia di Navigazione. «In autunno- conferma Pino Colapietro, presidente del Comitato dei Creditori dcn- verranno attivate tutte le procedure volte a monetizzare il patrimonio acquisito attraverso il fallimento della Deiulemar Compagnia di Navigazione. La Curatela Fallimentare è al lavoro per riuscire, in tempi brevi a vendere al maggior offerente, il patrimonio in cassa». Una novità importante per i risparmiatori, che dopo anni di rabbia e delusioni potrebbero, finalmente, “incassare” una parte di quei risparmi investiti nell’ex colosso armatoriale italiano. «E’ ovvio che bisogna essere cauti- ribadisce Colapietro- non sarà facile vendere beni come le quote di palazzo D’Avolas o l’hotel Poseidon, viste anche le condizioni attuali del mercato immobiliare. Il nostro impegno, come comitato dei creditori, sarà quello di vigilare sul fatto che le cessioni vengano effettuate al prezzo più vantaggioso possibile per i risparmiatori». Una notizia importante per le vittime del crac milionario che rende ancor più radiosa l’estate degli obbligazionisti: dopo la condanna penale ed il fallimento della società di fatto, la decisione che potrebbe consentire alla fallimentare di avere accesso ai tesori “sommersi” direttamente ed indirettamente riconducibili alle 3 famiglie. «L’obiettivo- sottolinea il presidente del Comitato dei creditori- è di riuscire, entro il 2015 a dare respiro ai risparmiatori, ridistribuendo i proventi delle vendite dei beni all’asta. I grandi successi di questi mesi, frutto del lavoro e dell’impegno di avvocati, curatela e obbligazionisti, ci consentono oggi di guardare al futuro con maggior speranza».

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    443. Crac Deiulemar: così la curatela fallimentare della società di fatto ha inchiodato gli armatori

    Fonte: MetropolisWeb

    08 agosto 2014

    villa della gattaTORRE DEL GRECO – C’è il credito risarcitorio lamentato dalla curatela fallimentare alla base della conferma dell’esistenza della «società di fatto» costituita dagli armatori della prima generazione e della seconda generazione della Deiulemar Compagnia di Navigazione. La sentenza firmata dalla prima sezione della corte d’appello di Napoli – in cui si respinge il ricorso presentato dai legali delle tre famiglie Della Gatta-Iuliano-Lembo – dedica un intero paragrafo alle osservazioni avanzate dalla curatela fallimentare a sostegno della tesi che i beni personali dei principali responsabili del crac da 800 milioni di euro capace di inguaiare la bellezza di 13.000 famiglie di risparmiatori dovessero essere messi a disposizione dei creditori: «Quando si accerta che esiste -la linea sostenuta dalla curatela fallimentare – una condotta abusiva che ha generato un danno (nel caso di specie ai creditori di Dnc e di altre entità del gruppo), il curatore della società fallita ha azione nei confronti dell’ente che ha diretto abusivamente il gruppo. Tuttavia, non è necessario transitare dal promuovimento di un’azione di condanna in giudizio a cognizione piena in quanto in caso di insolvenza dell’ente che dirige, può essere richiesto e dichiarato il fallimento». Non solo. Sottolinea la curatela fallimentare come «non rileva che si tratti di credito risarcitorio derivante da un illecito extracontrattuale o, più verosimilmente da un illecito contrattuale, poiché preesiste un obbligo di chi dirige il gruppo di agire nei confronti delle società etero dirette in modo corretto: ciò che davvero rileva è che da questa attività imprenditoriale di direzione abusiva e di assunzione di obbligazioni sia derivato un danno ai creditori delle società ‘abusate’». Un danno quantizzato in complessivi 1.251.698.509 euro, di cui 800.000 pari «all’ammontare delle somme direttamente acquisite dalla società di fatto nel contesto della durata campagna di finanziamento illecito e già oggetto di accertamento nel passivo del fallimento Dcn e già riconosciute nella domanda di concordato preventivo della Dcn» nonché 351.509 euro determinati dall’attività di distrazione delle navi. Quanto all’attivo dei componenti della «società di fatto», la curatela fallimentare ha stimato una somma di 81 milioni di euro (importo «che i soci avevano dichiarato di volere mettere a disposizione dei creditori della Dcn»). «Tanto premesso – si legge nella sentenza firmata dal collegio presieduto dal giudice Vito Frallicciardi – osserva la corte dei conti che i principi di diritto esposti vanno interamente condivisi e non vi è motivo di indugiare sul punto perché sorretti da costante lezione». Principi che, tuttavia, i difensori degli armatori avevano ugualmente provato a smantellare adducendo l’inammissibilità/improcedibilità del ricorso di fallimento «perché non si è chiesto di accertare il credito e, poi, perché la pretesa dedotta non è stata accertata nell’an e tantomeno nel quantum». Rilievi respinti al mittente dalla corte d’appello di Napoli, pronta a confermare l’esistenza e il fallimento della «società di fatto» costituita dagli armatori delle famiglie Della Gatta-Iuliano-Lembo. «Quanto al primo dei profili riferiti – stabilisce il primo collegio – va evidenziato che la curatela fallimentare ha dato conto che il debito derivato dalla raccolta abusiva del risparmio è stato oggetto di accertamento del passivo nel fallimento della Dcn e che è stato comunque riconosciuto dalla società nella proposta concordataria. In tale direzione, non coglie nel segno il rilievo della inammissibilità del ricorso di fallimento per mancata prospettazione dell’an e del quantum. È piuttosto questione di merito stabilire se effettivamente sussista e in che misura».

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      442. Crac Deiulemar, il plus valore degli armatori sottratto al «patrimonio» dei risparmiatori

      Fonte: MetropolisWeb

      07 agosto 2014

      MARCIA_PROTESTA_DEIULEMAR_TDGTORRE DEL GRECO – È un dato finito in tutti i procedimenti – penali e civili – aperti a carico degli armatori della Deiulemar Compagnia di Navigazione. Utilizzato prima per condannare tutti i responsabili del «grande crac» all’ombra del Vesuvio a complessivi 90 anni di galera e ora per confermare il fallimento della «società di fatto» messa in piedi dalle tre famiglie Della Gatta-Iuliano-Lembo. Perché il «plus valore» alla base del riassetto societario del 2004 costituisce un caposaldo della sentenza con cui la corte d’appello di Napoli ha respinto il reclamo presentato dai legali dei «vampiri» di Torre del Greco: «Pare indubbio che la raccolta informale e abusiva del risparmio – sottolinea il collegio presieduto dal giudice Vito Frallicciardi – abbia dotato i partecipi di tale attività (e non solo Michele Iuliano) di una enorme liquidità finanziaria che ha consentito di sostenere economicamente prima la Dcn e poi la costituzione e l’avviamento delle molteplici società creatisi a partire dal 2004». Una disponibilità sottratta – come successivamente emerso – al patrimonio stesso della Deiulemar Compagnia di Navigazione, a cui circa 13.000 obbligazionisti aveva affidato i propri risparmi. Soldi spariti dalla circolazione e finiti nel «buco nero» delle strategie imprenditoriali degli armatori: «Detta disponibilità – si legge nella sentenza – ha costituito un indubbio plus valore, non risultando altrimenti coltivabile e perseguibile la creazione della predetta galassia societaria e di plurimi trust». Insomma, il plus valore sottratto agli obbligazionisti avrebbe costituito la leva per dare corso al riassetto societario organizzato nel 2004, così da consentire alle neocostituite società di svolgere l’attività di trasporto marittimo prima assicurata dalla «vecchia» Deiulemar Compagnia di Navigazione dirigendo «tutto dall’alto». Non a caso, gli investigatori hanno accertato che diversi affari condotti dagli armatori dimostrano una disponibilità economica non giustificata da regolari e certificati dividendi bensì solo dalla plus valenza creata dall’abusiva raccolta del risparmio. Una circostanza che gli avvocati dei fratelli Angelo Della Gatta e Pasquale Della Gatta hanno provato a utilizzare per smantellare il castello accusatorio alla base della «società di fatto»: «La tesi di una Sdf – la linea dei legali degli armatori – fra i membri di prima e seconda generazione delle tre famiglie sarebbe in principio affetta da intima e irresolubile contraddizione, perché il risultato del passaggio degli attivi patrimoniali da società riconducibili alla prima generazione a società riconducibili alla seconda generazione presuppone l’esistenza di due distinti centri d’interesse, cui per l’appunto sarebbero separatamente riconducibili le società spogliate (prima generazione), tra cui la fallita Dcn, e quelle avvantaggiate (seconda generazione)». Una tesi che, tuttavia, non è servita per convincere la prima sezione della corte d’appello di Napoli a ribaltare il verdetto di primo grado del tribunale di Torre Annunziata: «Tale argomento non persuade – la conclusione del collegio – la società di fatto esisteva eccome».

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        441. Crac Deiulemar, il concordato-boomerang per gli armatori: «Si volevano solo salvare»

        Fonte: MetropolisWeb

        06 agosto 2014

        deiulemariuoliTORRE DEL GRECO – Avevano offerto i propri beni personali per fronteggiare il «buco nero» del crac da 800 milioni di euro capace di rovinare circa 13.000 famiglie di risparmiatori: un’offerta – finita all’interno della proposta di concordato respinta al mittente dagli obbligazionisti – finalizzata unicamente a evitare guai con la giustizia. E’ il convincimento dei giudici della prima sezione della corte d’appello di Napoli, pronti a respingere al mittente il reclamo degli armatori avverso il fallimento della «società di fatto» messa in piedi dalle dinastie Della Gatta-Iuliano-Lembo. All’interno della sentenza, infatti, i magistrati dedicano ampio spazio all’analisi dell’offerta presentata dagli armatori per chiudere tout-court la vicenda del fallimento dell’ex banca privata di Torre del Greco.  Un’offerta che, ricorda la corte d’appello di Napoli, prevedeva che i tre fondatori della Dcn – il capitano Michele Iuliano, il comandante Giuseppe Lembo e Lucia Boccia, vedova di Giovanni Battista Della Gatta – conferissero beni personali per complessivi 25 milioni di euro ciascuno: «Ai fini dell’ottica concordataria – sottolinea il collegio presieduto da Vito Frallicciardi – anche la seconda generazione delle tre famiglie si è obbligata a conferire nella procedura concordataria l’intera partecipazione della Deiulemar Shipping, nel cui patrimonio rientra una flotta di 14 navi e, attraverso una controllata, di altri due navi». Un gesto giustificato dagli armatori con la «sofferenza morale» provocata alle tre famiglie dalla crisi attraversata dall’ex colosso economico di via Tironi, storico punto di riferimento per migliaia di famiglie di Torre del Greco: «E’ per questo che le tre famiglie, in tutti i loro componenti, hanno compiuto e stanno compiendo – i proclami lanciati all’epoca della proposta di transazione dall’amministratore unico della Deiulemar Compagnia di Navigazione, Roberto Maviglia – il massimo sforzo per rendere possibile una soluzione concordata della crisi che sia, al contempo, idonea a consentire la continuazione dell’attività». Parole che, a due anni di distanza, si sono rivelate un boomerang per gli armatori delle tre dinastie della Dcn. Perché proprio i «testuali elementi» raccolti dalla corte d’appello sono alla base del «no» al reclamo presentato dai legami dei Della Gatta-Iuliano-Lembo avverso il fallimento della «società di fatto» messa in piedi all’ombra del Vesuvio. «Tale tipo di intervento – la prima riflessione del collegio – integra la definitiva e manifesta espressione della holding societaria contestata, rappresentando il momento conclusivo in cui i soggetti che vi hanno partecipato assumono la responsabilità patrimoniale dell’insolvenza della società (Dcn) eterodiretta, così dimostrando di partecipare anche alle perdite di tale attività di coordinamento». E il tentativo di ridurre il massiccio intervento economico a una affectio familiaris sarebbe stata solo una strategia che «risponde più a un’esigenza difensiva che a una corrispondente realtà fattuale, basata sull’unico elemento del legame familiare che, tuttavia, si dissolve sotto il peso dei ben più significativi riferimenti operati». Infine, a mettere una definitiva pietra sul tentativo degli armatori di cancellare il fallimento della «società di fatto» deciso dal tribunale di Torre Annunziata la circostanza che «il manifesto impegno nel fabbisogno concordatario assunto dalle due generazioni delle tre famiglie – sottolinea la corte d’appello di Napoli – vale a integrare il concetto indefettibile della holding societaria». Insomma, alla fine, l’offerta di complessivi 75 milioni di euro all’interno della proposta concordataria si è rivelata un autentico autogol per gli armatori che – a breve – potrebbero essere costretti a mollare una somma di gran lunga superiore.

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          440. Crac Deiulemar, le denunce dei risparmiatori diventano «fonti di prova»

          Fonte: MetropolisWeb

          06 agosto 2014

          fallimento pilotatoTORRE DEL GRECO – Sono stati i primi a mettere faccia e firma sotto la valanga di accuse a carico degli armatori della Deiulemar Compagnia di Navigazione: un «coraggio» premiato dai giudici della corte d’appello di Napoli, chiamati a esaminare il reclamo presentato dai componenti delle famiglie Della Gatta-Iuliano-Lembo avverso il fallimento della «società di fatto» deciso dal tribunale di Torre Annunziata. Perché le accuse contenute all’interno delle denunce presentate dai risparmiatori travolti dal crac da 800 milioni di euro dell’ex banca privata di Torre del Greco sono diventate una «fonte di prova» dell’esistenza del legame che univa tutti gli armatori della Dcn: «Il contenuto delle dichiarazioni – si legge nella sentenza firmata dal presidente Vito Frallicciardi – rafforzato il convincimento a cui era già giunta la corte d’appello di Napoli». A partire dalle dichiarazioni contenute nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip del tribunale di Torre Annunziata: «Ho sempre interloquito in passato – si legge nell’esposto di Pina Frulio – con la signora Loredana Garofalo, Michele Iuliano e Micaela Della Gatta». A cui Samuele Scotti D’Antuono e Antonio Tommaso Schiano Di Cola aggiugono ulteriori tasselli, relativi a un incontro avuto con i fratelli Angelo Della Gatta e Pasquale Della Gatta che «diedero atto di essere consapevoli dell’esistenza delle obbligazioni cosiddette parallele nel momento in cui ebbero a dire: ci siamo svenati per pagare gli interessi in passato». A completare il quadro della «società di fatto» le parole messe nero su bianco da Immacolata Petto che dichiarò di avere incontrato «qualche volta Giuseppe Lembo e poi sempre Giovanna Iuliano e Micaela Della Gatta e anche Angelo Della Gatta e Pasquale Della Gatta nonché Valeria Sessa». A mettere una pietra su tutti i dubbi, le dichiarazioni contenute nell’esposto-querela di Raffaele Palomba, utilizzate dai giudici della corte d’appello come prova definitiva dell’esistenza della «società di fatto» tra gli armatori: «Mia madre Carmela Sangiovanni, quando gli uffici erano nelle due diverse sedi di via Guglielmo Marconi, ha notato la presenza, oltre che dello stesso Michele Iuliano, anche di altri esponenti delle famiglie come il comandante Giuseppe Lembo, Micaela Della Gatta, Giovanni Iuliano e Angelo Della Gatta» e ha poi chiarito in ordine alle ragioni dell’acquisto dei titoli: «il fattore più determinante era rappresentato dalla solidità e fiducia comprovata e consolidata in circa 40 anni di attività da parte delle famiglie di armatori». Tutti finite nella «società di fatto» dichiarata fallita anche grazie alle denunce dei risparmiatori travolti dal crac.

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